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Come essere un fantastico raccontastorie quando tutti raccontano storie (part.1)

Raccontastorie: Brian Solis

Tradotto da Tomura

Reinterpretato da Laura Alessandrini

Progettato ed illustrato da Gapingvoid Culture Design Group

La cosa migliore dei social media è che dà voce a tutti. Il lato negativo è che dà voce a tutti. Anatomia del raccontastorie.

Lo chiamavano “raccontare storie”. Adesso si chiama content strategy, ma il concetto è lo stesso.
E siamo circondati, inondati di contenuti più o meno validi. E’ la nuova frontiera del marketing digitale.

In mezzo a quelli che sono stati di colpo invasi da piattaforme e voci, ci sono anche coloro che devono vendere un proprio prodotto o servizio. E i venditori non perdono tempo a trasmettere, pubblicare, spingere, misurare.

Ad un certo punto, siamo tutti così in mezzo al processo, ai calendari, ai numeri, che perdiamo di vista la nostra storia, la nostra audience, il nostro scopo.

Sapevi che il 60% degli imprenditori non ha ancora una content strategy documentata? Il 63% ancora dice che generare traffico e potenziali acquirenti è una sfida casuale. Ancora, il 73% programma di investire di più sui contenuti nel prossimo anno.

Troppi imprenditori non hanno idea di chi stanno provando a raggiungere, cosa è importante per loro e (soprattutto) perché.

C’è una ragione per cui il 95% dei contenuti falliscono nel connettersi con le persone. La content strategy punta più spesso ad essere “virale” invece che coinvolgente, utile o empatica.

(Fonte: Content Marketing Institute)

La content strategy è più del semplice pubblicare contenuti!

Con i social e i digital media arrivano grandi responsabilità e a volte restrizioni. Il contenuto, ora, è una merce. I social media, lo notiamo, non sono poi così social oggigiorno.

Le persone ora sono brand mentre i brand cercano di essere persone.

Ad essere onesti le persone si stanno deconcentrando. Sono talmente invase che passano i lunedi mattina a disiscriversi dalle mail di questa o quell’azienda.

Sono, di fatto, troppo impegnate a prendere likes e followers, a preparare il colpo perfetto, cercando quella posa perfetta, condividendo quella perfetta citazione motivazionale e vivendo la loro vita al meglio.

Quindi, come si può tenersi fuori da un mondo che urla “Guardami” e al contempo raccontare la propria azienda con una content strategy sana?

I telefoni non sono più telefoni. I dispositivi mobili ora sono tutto. Sono appendici digitali. Sono finestre per nuovi mondi. Sono ancore di salvezza e di rilevanza, con un significato proprio e auto-realizzate.

Vuoi sapere quanto spesso tocchiamo i nostri telefoni?

2,617 volte al giorno.

In accordo con uno studio (*), in media le persone toccano, strisciano e cliccano sul telefono 2,617 volte al giorno. Il 10% che lo fa di più arriva a 5,427 volte al giorno.

Sai invece quante diverse volte al giorno le persone usano realmente i loro telefoni, non toccandoli e basta?

76 volte al giorno per gli utenti medi (**). Il 10% che ne fa più uso arriva in media a 132 sessioni al giorno. Una bella differenza.

*Fonte: dscout, Michael Winnick

** Studio su utenti di dispositivi Android, gli iPhone non sono inclusi.

Content strategy: attenti al tempismo

Ci sono anche delle buone notizie.
I potenziali clienti sono aperti a contenuti rilevanti nel momento giusto, nel contesto giusto e nel format giusto.

Troppo spesso, capita che la nostra content strategy non riguardi il pubblico ma riguardi noi stessi. Il contrario di quello che un raccontastorie farebbe, insomma.

Hai notato che spesso crei contenuti per le persone che approvano il tuo lavoro e non per quelle che hanno bisogno di ascoltare la tua esperienza, le tue lezioni e i tuoi consigli?

L’avversione al rischio, la regolazione, l’accordo e la legalità rendono il divertimento disfunzionale.

Questo non riguarda il brand o il messaggio!

Quante volte fermiamo il nostro scrivere perchè una cosa “Non possiamo dirla! Non sarebbe mai approvata da questo o quell’altro collega!”

Possiamo trovare tante ragioni per non prendere nuove opportunità o per non innovarci. Ma, se studi i viaggi B2B, le preferenze e i comportamenti d’acquisto, ci sono molte prove a supporto della tua causa.

Sapevi che l’80% degli acquirenti B2B si aspettano la stessa esperienza d’acquisto da clienti B2C? Si aspettano le stesse esperienze multi-canale e multi-dispositivo, personalizzate e senza interruzioni. Questa è esattamente l’ora di aprire nuovi orizzonti. I tuoi clienti hanno bisogno di te.

L’importanza della community

Chiunque può creare contenuti che attraggono l’attenzione delle persone, ma non tutti possono affascinare qualcuno e obbligarlo ad agire.
Tutti nei social media hanno un proprio network: ora stai coinvolgendo un pubblico con un pubblico di audience.

Le storie d’impatto parlano a e attraverso le persone per connettere e risuonare nei pubblici di riferimento.

Il focus del nostro lavoro spazia da impressioni ad espressioni per consegnare valore ai nostri clienti così che, a loro volta, loro possano passarlo ai loro networks.

INFORMAZIONI diventano valute.

RILEVANZA diventa il nuovo virale.

UTILITÀ è la nuova esperienza.

L’obiettivo è di parlare a e attraverso le persone e costruire una community dove il valore di appartenenza è misurato in come le persone si sentono e a cosa possono fare diversamente come risultato del tuo coinvolgimento. (ed io qui aggiungerei un bel “AMEN”)

Tutti hanno una content strategy.
Tutti sono storyteller o raccontastorie, ma poche storie sono meritevoli dei essere seguite.

E no, copiare, non è mai una soluzione percorribile.

Non puoi solamente cambiare il tuo titolo in “raccontastorie” o storyteller. O ancora peggio pensare di prenderti il contenuto di qualcuno che ai tuoi occhi funziona per farlo tuo.

E’ il caso di pensare un pò più profondamente a come coinvolgere i tuoi clienti e a quale ruolo vuoi avere nel loro immaginario per attirare l’attenzione. Devi guadagnartela.

Il raccontare le storie è sia arte che scienza, è una danza.
Richiede emozioni, connessioni umane e comprensione di ciò che motiva e ispira le azioni che sono difficili perfino per il business, dove hai bisogno di dati per conoscere ciò che il cliente vuole.

La verità che che raccontare storie non è per tutti, ecco perché i grandi racconta storie spesso diventano delle icone culturali. Spielberg, Hemingway, Orwell, Grishman, Ogilvy, Bernbach, etc.

Una buona storia è personale

Le storie accendono la nostra immaginazione. TED, il creatore di “idee che meritano di essere diffuse” crede che le storie affermino chi siamo e ci consentano di sentire le differenze (reali o immaginarie) tra noi stessi e gli altri. Le storie ci aiutano a dare significato alle nostre vite.

Non c’è uno standard per raccontare le storie. Ci sono però dei pilastri comuni.

Prima di passare alla seconda parte di questo articolo, ti chiedo di annotarti quali sono le particolarità della tua storia. In ordine sparso, senza importanza alfabetica ma con importanza di senso.

Parla della tua storia direttamente a me, prenotando una sessione gratuita su Skype.

22/07/2020

1 responses on "Come essere un fantastico raccontastorie quando tutti raccontano storie (part.1)"

  1. Semplicemente meraviglioso <3

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