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I nostri preziosi dati personali possono valere un like?

I nostri smartphone producono in ogni istante informazioni su di noi, e noi le doniamo ai colossi tecnologici. Saremo pure dei mostri del digitale, capaci di racimolare like su like, ma coi nostri dati personali siamo fessi sul serio.

La tecnologia è una cosa meravigliosa.
Ci aiuta a vivere meglio, a gestire le nostre relazioni, ci fa risparmiare tempo e soldi, ci guida da un punto A a un punto B.
Eccoci qui, quarant’anni dopo la promessa di Bill Gates, che con Windows voleva portare “un pc in ogni famiglia”. E a dieci anni da quando il suo acerrimo nemico Steve Jobs è riuscito a portare “Internet in ogni tasca” con l’iPhone.

La tecnologia è una cosa stupenda. Internet è una cosa stupenda.
Pensa: il tuo smartphone sa più cose di te del tuo migliore amico, quello che conosci da una vita, sin da quando eri piccolo.
Sa più cose di te dei tuoi genitori, fratelli, sorelle.
Sa più cose di te del tuo capo, del medico, del  salumiere di fiducia, del direttore di banca.

Sa quanti soldi hai sul conto (e quanti conti hai), sa se sei assicurato (e per cosa). Conosce le tue abitudini e i tuoi dati biometrici.
Sa se, quando e quanto ti muovi, dove vai, se sei bravo o meno a correre, quali video guardi, cosa compri.
Sa persino cosa stai per comprare e poi non compri (e lo ricorda per mesi). Grazie ai social, poi, il tuo dispositivo di fiducia sa con chi interloquisci di più, e con chi avresti volentieri una scappatella.
In alcuni casi lo smartphone può anche contribuire a risolvere un delitto.

Insomma, quale miglior compagno di vita?
Un solo, piccolo, apparecchio che comunica secondo per secondo con la tua automobile, la tua casa, la tua tv e persino il tuo frigorifero.

E poi, a proposito Internet of Things e di case intelligenti, che meraviglia quei magnifici oggetti che presto entreranno anche nelle case di noi italiani: gli home assistant, li chiamano. Registreranno qualunque cosa, ci leggeranno ad alta voce le mail, sapranno se e quando abbiamo degli ospiti in casa, imparerano a conoscerci meglio ogni giorno e ci faciliteranno la vita.
Affascinante o inquietante?

L’economia dei dati personali

Che fantastico patrimonio di informazioni. Vengono raccolte come briciole, ogni giorno, ogni attimo delle nostre vite!

Una volta, quando le parole avevano ancora un peso, li chiamavano dati personali.
Oggi di personale hanno tutto e niente. Tutto perché mai come in quest’epoca il dato è diventato iper-profilato e profilabile. Niente perché non sono più della persona che li produce, né dello Stato dove nasce, cresce, lavora e paga le tasse.

Sono dati personali, ma non ci appartengono più. Né appartengono ai nostri cari, qualora dovesse accaderci qualcosa di brutto. Esemplare è la storia di quel padre che scrisse ad Apple per chiedere di poter accedere al dispositivo del figlio morto, perché lì c’erano gli ultimi ricordi insieme. “Non si può fare”, gli risposero da Cupertino. Una questione di privacy.

La Privacy è il nuovo segreto bancario

Ebbene sì, la privacy. Non è più una prerogativa di istituzioni e governi democratici ma delle aziende tecnologiche. Difendere la privacy degli utenti vuol dire non rompere il vincolo di fiducia che, nell’era dell’Internet of Things, si instaura tra vendor tecnologici e compratori.

Io fornisco a te un oggetto che diventa sempre più “personale”, raccolgo molti dati (che spesso uso per profilazione e marketing, anche se a te utente non lo dirò mai), e solo io, la tua azienda, so tutto della tua vita. Una volta questo accadeva col segreto bancario o quello medico.

Questi dati personali, quindi, non verranno mai consegnati all’esterno: questo è ciò che ci promettono. Per certi versi, forse, è anche meglio così, anche perché queste società hanno oramai un valore commerciale superiore al Pil di uno Stato. E lo Stato, quindi la politica, è corruttibile. Uno ricco e potente, invece, non lo compri con altri soldi.

Ma non è questo il punto. Io posso scegliere consapevolmente di far custodire i miei dati personali a qualcuno, così come faccio con i miei risparmi e gli oggetti di valore. Scelgo io se tenere la cassaforte in casa oppure depositare tutto in banca.

Il punto è un altro: siamo ignoranti, perché ancora non abbiamo capito quanto valore abbiano davvero i  nostri dati personali.

Se con un virus ransomware qualcuno entra in possesso di nostre foto compromettenti e ci ricatta, noi paghiamo perché temiamo di essere svergognati.
Ma, di contro, per anni non abbiamo dato alcuna importanza alle tracce di ciò che facciamo su Internet. Tutto è registrato: dalle letture di questo o quel sito, alle ricerche su Google, agli acquisti su Amazon, al controllo invasivo delle nostre abitudini di consumo da parte di tutti quelli a cui accordiamo il login attraverso il nostro profilo social, al like che diamo o riceviamo su Facebook o Instagram, alla nostra rubrica dei contatti.

E quindi ci meritiamo tutto. Ci meritiamo la mail di spam, ci meritiamo la telefonata dal call center con sede in Albania, ci meritiamo il furto di identità. Perché se non sappiamo quanto valore hanno i nostri dati personali, allora non li tuteleremo mai.

“Tanto è gratis”

Ci propongono l’iscrizione a Facebook gratuitamente, così come gratuitamente utilizziamo Google. Se ci facessero pagare un abbonamento, in cambio della promessa di non profilarci, quanti di noi, sinceramente, sarebbero disposti davvero a sottoscriverlo?

Il vero business model dei social network siamo noi, le tracce che lasciamo quando navighiamo, consumiamo, visualizziamo o clicchiamo inserzioni. Senza questi dati verrebbe meno tutto il modello economico. Tant’è che è possibile dare anche un valore economico ad ogni iscritto: stando ai bilanci 2016 di Facebook, il valore medio di un utente si aggira intorno ai 16 dollari.

A questo punto è bene citare anche un’altra app che gira negli smartphone praticamente di tutti: WhatsApp.
La piattaforma di messaggistica che è stata acquistato dal gruppo di Zuckerberg per la cifra record di 19 miliardi di dollari e che oggi è installata su oltre 1 miliardo di smartphone nel mondo (20 milioni gli utenti italiani).

Una società, la WhatsApp Inc., che in Italia, ad esempio, non ha alcun ufficio, referente, recapito telefonico o postale. Tant’è che quando la nostra Authority ha avviato dei procedimenti sanzionatori contro il colosso di messaggistica ha dovuto interfacciarsi con la sede legale negli Usa. La Silicon Valley? No, a meno che tu non voglia parlare con uno sviluppatore o un nerd intento a mangiare pizza all’ananas. Le leggi sono quelle del Delaware, stato a fiscalità “vantaggiosa”, dove la galassia Facebook ha stabilito la sua sede legale. Così come il 60% delle società cosiddette Fortune 500, ovvero la lista delle società statunitensi col più alto fatturato.

Quanto vale l’industria dei dati personali in Europa

DG Connect, diretto dall’italiano Roberto Viola, è l’organo che si occupa di monitorare e normare il mercato europeo delle comunicazioni. Secondo uno studio commissionato da loro, nel 2016 il comparto dati nell’UE ha prodotto quasi 60 miliardi di euro, e nel giro dei prossimi tre anni potrebbe raggiungere quota 100 miliardi.

E all’interno dell’industria dei dati personali non ci sono solo i giganti americani: c’è posto per tutti. Qualcuno ha detto che i dati sono il nuovo petrolio, altri che valgono più dei soldi.

Visto che li abbiamo (s)venduti in cambio di like sui social, proviamo a fare un esperimento.
Quando andiamo al supermercato, chiediamo se accettano che paghiamo in like.

01/10/2018

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